Più che amici, fratelli
di Antonio Esposito Tessìopo
Intendo ricordare mio padre e zio Gaetano, due miei affetti molto cari, prestando i loro volti ai due protagonisti del libro,
don Nicola e don Raffaele
ll bozzetto è stato realizzato da Anthony Miserendino,
Baltimore, MD, USA
1 Due personaggi simpatici
2 Cappuccetto rosso
3 Cenerentola
4 La scoperta dell'America
5 La politica
6 Gli amici poeti
7 Biancaneve e i sette nani
8 Il Cavaliere Nero
9 Don Nicola cantante mancato
10 Don Raffaele sull'aeroplano
11 Un episodio autobiografico
12 La guerra di Troia
13 Don Nicola filosofo
14 La sirenetta
15 La vacanza
16 Il gatto con gli stivali
17 Il brutto anatroccolo
18 La leggenda di Robin Hood
19 Fedeltà coniugale
20 Don Rafè ch'avimm' fatto?
Due personaggi simpatici
Mi chiamo Antonio Esposito Tessìopo.
Il mio cognome sarebbe in grado di rivelare il luogo in cui sono nato, come il Brambilla di Milano oppure il Proietti di Roma? Certamente si, se si considera il cognome anagrafico Esposito, senon- ché al detto cognome ho voluto associare lo pseudonimo “Tessìopo” per evitare rischi di omonimia, come si può facilmente immaginare. Il nome Tessìopo, generato dall’anagramma del cognome Esposito, mi affascina tra l’altro, per un accostamento di suoni che ricorda filosofi e storici della Grecia antica come Anassimene di Mileto, Empédocle o Demòcrito, Eràclide, Epicùro o Temistio, Speusippo o Tessìopo, irriverenze a parte per i citati filosofi e storici.
Sono nato in una operosa città in provincia di Napoli diventata in- dustriale nel corso degli anni. In tale città ho vissuto bene ma la dovetti lasciare e trasferirmi a Roma per motivi di lavoro. Spesso la ricordo con immensa nostalgia, ricordo la casa della mia adole- scenza, le scuole che frequentai e gli amici della mia giovinezza.
Ricordo inoltre il suo sviluppo industriale e il benessere che in relazione alla crescita economica sembrava che non dovesse mai finire. Invece, iniziò un regresso costante e inesorabile che andò ol- tre i sette anni biblici di vacche magre. Parlo di un passato ormai morto e sepolto e siccome è passato non esiste. Cito invece il presente con i suoi mutamenti, le sue evoluzion che hanno inciso pro- fondamente la cultura, l’economia, la politica, la società, gli uomini. Tuttavia, nonostante li abbia percepiti con notevole obiettività, non ho capito se tali mutamenti, in genere, abbiano migliorato o peggiorato le cose.
In altri termini hanno torto oppure ragione i napoletani quando affermano con la loro proverbiale filosofia che stavamo meglio quando stavamo peggio?
Potrei esprimere al riguardo, la mia personale opinione, ma andrei fuori tema, tenuto conto che non è mia intenzione trattare tali argomenti.
Non ho scritto altri libri prima di questo, ovvio che non possa aver guadagnato scrivendo.
Diventare giornalista era il desiderio e il sogno della mia adolescenza. Da ragazzo mi affascinavano gli articoli e i libri, che legge- vo con vera passione, di Gianni Brera, di Gino Palumbo, di Antonio Ghirelli, di Bruno Roghi, di Indro Montanelli, di Enzo Biagi, di Sergio Zavoli e di altri, tutti maestri di sano giornalismo. Il desiderio è rimasto nella mente e il sogno nel cassetto. Non me ne lamento, semmai provo un marcato rimpianto, come del primo amore perduto, che supero pensando con filosofia “così doveva andare” “accussì aveva ‘j’ “.
Sono ormai un pensionato e durante la mia vita attiva, ho sempre svolto un lavoro che rende i numeri più familiari delle lettere.
Giuro che il gioco del lotto non ha nessuna affinità con il detto lavoro. Ma come qualche volta accade, nasceva in me gradualmente, step by step, una passione che si contrapponeva al lavoro quo- tidiano.
Da una parte i numeri, dall’altra il desiderio di scrivere e di realizzare le mie aspirazioni letterarie.
Per mettere in pratica il progetto che avevo in mente, dovevo individuare gli strumenti più idonei e sperimentare le diverse opportunità per trovare, a mio giudizio, la migliore. Tra i tanti progetti, mi piaceva l’idea di due pensionati napoletani, cari amici da sempre, felici di ritrovarsi e di trasscorere insieme qualche ora della giornata, in letizia, conversando serenamente.
Volevo elaborare e rendere vitale proprio quest’idea, era perciò essenziale fornirla di un’anima e di un corpo.
L’idea, in altri termini, diventava la madre dei due miei amici, fratelli più che amici, se figli della stessa madre.
E come il genitore sceglie il nome per il suo bambino, così io sceglievo i nomi per i due pensionati: don Nicola e don Raffaele.
Nicola, per onorare la memoria di Nicola Maldacèa, il più espressivo rappresentante del teatro napoletano, figura spiritosa, piena di doppi sensi, di voglia di mettere in ridicolo tutti e tutto, insomma una macchietta.
Raffaele, per onorare il grande e insuperabile Raffaele Viviani del quale ammiro l’arte teatrale.
Raffaele Viviani, l’attore, l’autore e l’interprete di canzoni uniche e inimitabili, il grande artista del teatro napoletano, il bravo commediografo, unico nel suo genere che rese celebri personaggi come 'O scugnizzo, ‘O mariunciello, oppure Il mendicante, ‘O tramviere, ‘O sunatore ‘e pianino e ancora ‘O scupatore, ‘O cucchiere e ancora molti altri.
Don Nicola aveva e ha un carattere gioviale, simile a una macchietta, propenso a prendere in giro, a sfottere l’amico, a ironizzare.
Don Raffaele era ed é riflessivo, qualche volta serio altre volte meno serio ma pedante, fino a meritare l’appellativo di “scassac…”.
Non completo la parola per educazione e per rispetto del lettore.
Questi i protagonisti e i miei collaboratori più fidati che, con entusiasmo e capacità istintive, hanno contribuito a realizzare il mio libro.
Un giorno ho chiesto ai due personaggi di accompagnarmi in un teatro e loro mi hanno seguito in religioso silenzio, piuttosto stupìti della mia richiesta. Sul palcoscenico di quel teatro, si sono guarda- ti in faccia e mi hanno rivolto una domanda: don Antonio ci spiegate per piacere, perché ci avete condotto in questo teatro, cosa dobbiamo fare su questo palcoscenico?
Poi, non ho avuto neanche il tempo di spiegare.
Ah, don Antonio, mi hanno detto i due, abbiamo già capito tutto, non ci dovete raccomandare niente, andate pure tranquillo che noi ce la sappiamo spicciare nei casi più difficili, anche sulle tavole di un palcoscenico.
E mi hanno lasciato nel mistero più fitto e nebuloso.
Don Nicola e don Raffaele, creature della mia inventiva letteraria, hanno meritato gli applausi a scena aperta, i miei amici sono stati i narratori di favole d’altri tempi raccontate alla loro maniera, han- no commentato eventi politici ed economici e altri eventi ancora, sempre con sorridente e sottile ironia, hanno raccontato aneddoti del loro passato, hanno recitato perfino delle poesie.
Non potevo pretendere di più dai miei protagonisti che, per la loro collaborazione hanno meritato i miei elogi e la mia gratitudine.
Ma a mio sommesso avviso, don Nicola e don Raffaele hanno meritato molto di più, hanno guadagnato la dignità di uomini veri, non più personaggi di fantasia, ancor più amici di ottima compa- gnia, con i quali conversare, confidarsi, prendersi in giro e altro, in un clima di serena amicizia.
E in tale clima, m’é sembrato doveroso metterli in regola con l’ufficio anagrafico.
Sono nati a Napoli nel 1935, in un quartiere popolare e simpatico, quale? Uno dei tanti.
Don Nicola e don Raffaele hanno un’istruzione limitata, lasciarono gli studi per volontà dei genitori e per necessità familiari. Tuttavia, il primo imparò l’arte del falegname, il secondo diventò elettrici- sta, misero su famiglia provvidero ai bisogni della stessa e vissero felici e contenti.
Parlano in dialetto napoletano, ma fanno il possibile per renderlo comprensibile al resto del mondo. Forse esagero con tale affermazione, ma è la verità e come suol dirsi, è meglio abbondare.
Don Nicola e don Raffaele si conobbero da ragazzini e la loro amicizia diventò fraterna. Si parlano col voi in segno di rispetto ma rivelando l’educazione in vigore nel ventennio fascista.
Se può interessare, i miei amici sono alti un metro e settanta circa e sono dotati di un fisico invidiabile, mai un chilogrammo superfluo e fastidioso. Quindi se capita, sono in grado di eseguire la- vori saltuari, per guadagnare qualche soldo in più, per arrotondare la rata di pensione.
Non sono due elegantoni, ma pur indossando giacca e cravatta, alternano anche maglioni e altri indumenti, per così dire sportivi o casual.
E’ da presumere che don Nicola e don Raffaele curino la loro persona con scrupolo, dalla pettinatura perfetta alle scarpe sempre lucide, al viso ben rasato.
Si spartiscono il sonno e condividono anche l’intenzione di continuare gli studi presso le scuole serali, con la ferma volontà di imparare sempre di più, stimolati dall’insaziabile desiderio di sapere.
Anche per loro, non è mai troppo tardi, come suggeriva una trasmissione televisiva di lontana memoria.
Il più loquace dei due è don Nicola ma non gli è da meno don Raffaele che il più delle volte alla loquacità somma taluni commenti tipici del pignolo autentico.
S’interessano di politica e si preoccupano dell’economia nazionale. Essi sanno quello che la televisione e i giornali divulgano ma non le bevono tutte dimostrando infatti di possedere un eccellente spi- rito critico.
Dimenticavo quasi, i due amici sono tifosi del Napoli, la loro unica squadra del cuore, per la quale hanno vissuto e vivono, l’inspiegabile frenesia fatta di sana passione, di entusiasmo per le vittorie e di rabbia per le sconfitte. La frenesia del tifo.
Gli incontri tra don Nicola e don Raffaele sono sempre momenti di opinioni scambievoli, d’aneddoti piacevoli, di favole, anche di poesie e poi ricordano il passato, come la vecchierella del Leopardi che “novellando vien del suo buon tempo”.
Non credo che si debbano riferire altre informazioni, quelle fornite sono sufficienti per comporre i mosaici relativi alle personalità di don Nicola e di don Raffaele. E che personalità. Mi sono fidato del- la loro perspicacia e li ho lasciati in un teatro, risultato? Hanno recitato da veri attori, con bravura e maestria… ma, hanno davvero recitato sul palcoscenico di un teatro?
Voglio sciogliere il dubbio. Non hanno recitato in un teatro e neppure in altri luoghi ma hanno espresso la loro schietta e sincera spontaneità in ogni circostanza e tutte le volte che si sono incon- trati.
Dunque, non devo annunciare il debutto di due novelli attori ma con vero piacere e con immenso orgoglio lascio la parola a don Nicola e a don Raffaele, i quali più volte mi hanno raccomandato di non considerarli attori perché non lo sono.
I miei due amici hanno mostrato una comunicativa insospettabile, superiore a qualsiasi forma di recitazione e proprio perché spontanei, onesti e leali, hanno integrato così bene le loro conversazioni e le loro battute da non doverle concordare a priori.
E allora, benchè non siamo al teatro, su queso libro si alzi il sipario e buona letura a tutti. Lettura briosa e divertente.
Nella foto sono riprodotte le immagini, da sinistra a destra, di Antonio Esposito Tessìopo, di zio Gaetano, fratello di mio padre e di mio padre Pasquale Esposito. Voglio ricordare mio padre e zio Ga- etano, due miei affetti molto cari, prestando i loro volti ai due protagonisti del libro, a don Nicola il volto di zio Gaetano e a don Raf- faele il volto di mio padre.
Tessìan
Cappuccetto rosso
Don Nicola e don Raffaele, da sempre amici fraterni, si godono la meritata pensione. Spesso s’incontrano e si trattengono in piacevoli conversazioni.
Ogni occasione è buona per parlare degli argomenti più vari, scambiarsi opinioni personali, per raccontare aneddoti o altro, ma molto spesso, ai saluti aggiungono dei complimenti dall’esplicito sapore di “sfottò”.
I classici sfottò fra amici. Leggete, le3ggete.
Don Nicola bello, vi vedo pieno di energia, somigliate ‘a ‘na gassosa alla menta...
Uè, ccà sta don Rafiluccio, 'o simpaticone nuost’... don Rafilù, mai per ondularvi, ma stamattina mi compiaccio annunciarvi che al vostro cospetto, la simpatia é soltanto una secondogenita.
Azz’ ‘on Nicolì, stammatina si jamm’ annanz’ 'e stu passo va ‘a fernì che ci fidanziamo, perciò luvamm’ ‘a miez’ sti complimenti insipidi senza condimento e senza sostanza.
I nostri amici si sono accomodati in un bar e...
Don Nicolino, stu bar è simpatico, vi pare? E stamm’ pure comodi. Mò ci pigliamm’ un cappuccino, color manto di monaco e parlamm’ di argomenti d’intrattenimento.
Don Rafilù, che belle parole, pare ca stà parlann' un'altra persona, istruita pure, senza offesa. A proposito, prima che mi dimentico e tanto per fare quattro chiacchiere, vi volevo riferire che stanotte m'aggio sunnat' a patem’[1], si presentava tanto bello nel suo aspetto inappuntabile, pure meglio ‘e quann’ era vivo e parlava talmente bene ca me pareva foss’ jut’ alle scuole supe- riori... ‘on Rafilù vi pare che pure all'altro mondo ce stanno le scuole? Ma allora é vero che pure dopp’ muort’, non si finisce d’imparare. Si impara sempre qualcosa di nuovo, tu ne conosci dieci? ma te ne putiss’ 'mparà pure undici, dodici. Ne conosci cento? ma te ne putiss’ 'mparà di più. Nuje, secondo una regola educativa di vecchio stampo, avevam’ j’[2] a scuola da bambini, ‘a criatur’. Ora conosceremmo tante materie scolastiche in più che come voi non sapete, se chiamman’ pur discipline. ‘On Rafilù conoscete le discipline? no? vi pareva, vulev’ dicere io. Anch’io nun ‘e cunosc’ e non ci dobbiamo offendere allora, stando così le cose simm’ due umili indisciplinati. Si fosseme jiut' a scuola da bambini, quann’ era ‘o tiemp’ suojo, mò cunuscessem’ ‘a matematica, ‘a geometria, ‘a storia, la geografia, ‘e verbi regolari, quelli irregolari, ‘e verbi difettivi, ‘a sintassi, uuh, ma quanta cos' avremmo imparato. Ormai quello ch’è fatto è fatto, non è il caso di racimolare, ci dobbiamo istruire con la scuola serale. Int' ‘o suonn’, patem’ s’é messo a dicere tanti proverbi e in pochi atomi, pardon, attimi, mi è scappat’ nu lapis, scusate, m'ha scaricato tre o quattro cosucce.
Primm’ ha cominciato a dicere: é meglio 'o pullast’ oggi che ‘a gallina domani poi, tann’ si chiamm’ grano quando sò magna l’auciell’[3]; se tieni il vino nella botte, mi pare proprio così, nun ‘o dicere a tua moglie, aspettate come ha ritt’, ha detto... ah, mò me ricordo, ha detto, affoca a mugliereta rint' ‘a vott’ ‘e vino, se vuoi mantenere la botte piena. Ma poi finiti i proverbi, m’ha domandato: sient’ Nicolì ‘a cunusci ‘a favola ‘e cappuccetto rosso?
No papà e chi ‘a conosce, mai sentita, giuro, non ho mai avuto ‘o piacere, ho risposto io.
'A vuò conoscere questa bella favola?
Forse mio padre dall’altro mondo, ormai al di fuori del tempo, pensava che io fossi rimasto ‘nu criaturiell’. E m'ha cuntato ‘a favola, uno ‘e tutto, per filo e per segno. Altro che sogno, pareva ‘nu film... pure bello, e me ricord’ la favola chiara chiara proprio. A stu punto, ve facess’ piacere dà sentì? Conoscendo i vostri gusti, sò sicuro ca vi piacerebbe. Ah, patem’ ha precisato poi: Nicolì ricordati che questa é una favola, sono fatti mai successi. Chi sa perchè ha voluto precisare, forse pè me fà capì di non confondere la favola con la realtà e avrà pure pensato ch’era meglio chiarire, primm’ ‘e cuntà le favole, pè nun me fà pigliare per scemo dalla gente… Bah! Don Rafilù ‘a vulit’ sentì? Rispunnit’, po’ si fa mezzo giorno e avimma j’ a casa per mangiare.
E forza accumminciat’ ‘on Niculì, allegramente, dipende da voi, tant’ io nun saccio manc’ ‘e che si tratta, sono del tutto all’oscuro quindi, sulla mia fiducia vi concedo l’alto onore di raccontarrmi la favola.
Don Nicola racconta la favola di cappuccetto rosso, con estremo entusiasmo, mentre don Raffaele ascolta con molta attenzione, non lesinando commenti oppure certe osservazioni al limite della pignoleria, essendo egli, “nu pignuolo ‘e razza“.
Tutte le favole che si rispettano, iniziano con “c’era una volta”.
C'era una volta una bambina tanto carina e dolce che si rendeva simpatica, al solo vederla. La nonna soprattutto era molto affezionata alla nipotina e le voleva veramente bene. Un giorno la nonna le regalò un bel cappuccetto di velluto rosso che alla bambina piacque moltissimo e da quel giorno volle utilizzare solamente quello. Per questa ragione, tutti la chiamarono cappuccetto rosso.
‘A mamma strabiliava pè st'anema 'e Dio e sà teneva più riservata ’e na reliquia. Sà guardava cu tutto ll’ammore ‘e mamma e ogni tanto le chiedeva: Cappuccè, vuoi bene a mamma toja? E ‘a figlia rispunnev’: mammà si capisce, e ce vuless’ ca na figlia nun vò bene ‘a mamma, nisciun’ te vò bene cchiù e me, pur’ ‘e mamme sò piezz’ ‘e core, nun sul’ ‘e figli.
Don Nicolì, io vuless’ capì meglio ‘o significato di c'era una volta. Voi avete detto, c’era una volta, ma quando? ‘o mese passato, l’altro anno, dopp’ 'a guerra dò 15 18, ‘a primma guerra mondiale, quando? Nun avit’ precisato e avete solo detto c'era una volta, e vat' a pesca quann’[4].
Don Rafilù, mi fate sta domanda perché siete a digiuno di favole. ‘E favole cominciano tutte così, c'era una volta, per far capire alla genre ca sò fatti maje succies. E ll'aggio pur' ritt’ primm’, perciò jamm’ avanti co’ vuler’ ‘e Dio.
'A criatura si faceva volere bene perchè era brava, una bambina cara e cordiale. E chesta piccerell’, ‘a mamma jev’ pazza, nun se puteva proprio lamentà, ma ‘na matin’ ‘a mamma chiammaje a cappuccetto e ll'addumannaje’[5]: cor’ mio, cappucè, ti posso cercare un piacere piccirill’, pic- cirill’, me lo fai?
Uh! ahi lloca ahì[6], rispunnett’ ’a piccerell’, stammatin’ ce facimm’ ‘na bella croce, mammà jamm’, che vuò, famm’ sentì, tanto ho capito già che vai trovando.
‘On Niculì, cappuccetto rosso, ‘a brava figlia 'e mamma soja, per caso era ‘nu poco nevrastenica? Sarà stata pure brava, ma certamente rispustera[7], che s’era scetata con la luna a trebisonda?
Don Nicola continua il racconto non badando affatto al commento di don Raffaele.
Jamm’ a mammà, nun fà accussì, fammill’ stu piaciere, si no stasera chi ‘o sente a patet’. Io ti preparo una bella cesta 'e mangià e tu la porti alla nonna, nella residenza del bosco. Sta pure poco bene, puverell’, ha ddà essere la solita influenza.
Il commento di don Raffaele arriva puntualmente, dopo aver sentito qualcosa che certamente non gli è piaciuto.
‘On Niculì, alla luce della nostra cottura meridionale, questa nonna aveva essere la mamma del marito, si no non la mandava ad abitare nel bosco. Sicuramente ‘a vicchiarell’ aveva essere ‘a suocera. E abbiate pazienza, la moglie avrà ‘mpapucchiat’[8] di chiacchiere ‘o marito, e di comune accordo, avrann’ pigliato la suocera, la nemica per definizione, e l’avrann’ mannat’ ad abitare miez’ ‘o bosco, nel residence mille alberi, pè nun ‘a tenè ‘e casa vicina. Sapit’ se la casa era a fitto bloccato o di proprietà? Domandavo solo pè paura dò sfratto. Ma con quale coscienza, senza pensare all'umidità, ai dolori nelle ossa, alle bronchitelle della vecchiaia, ai tanti ani- mali del bosco. Don Nicolì scummett’ qualsiasi cifra che la nonna aveva essere sicur’ ‘a suocera. ‘A gnora, lo confermo.
Don Rafè non divagate, se ad ogni parola corrisponde un commento senza sale, ‘nzipet’, quann’ ‘a fernimm’ questa favola? Facitem’ continuà. ‘A mamma cuman- naje[9] alla figlia: cappuccè, ‘a cesta è pronta, aggio mis’ parecchie provviste, roba buona, ‘o pane, ‘a pasta, ‘o formaggio, ‘a carne, ‘o ssalam’, ‘o capocollo, il prusutto ‘ntrafilato, ‘a frutta, i dolci di mandorle, ‘a marmellata, ‘a cioccolata, o bbì a mammà, ce sta uno ‘e tutto, pure una bella bottiglia ‘e vino rosso che fa sangue. C’è sta pur’ ‘o bicarbonato.
‘On Niculì scusate, mi scappa un altro commento. Però ‘ncopp’ 'o mangià, la nuora ‘a trattava bbon’ 'a gnora... e per forza, secondo me, 'o marito avrà avvisato la moglie senza parole sotto ‘o semaforo. Con un’intesa precisa avrà stipulato un patto d’alleanza e avrà detto: man- namm’ ‘a vicchiarell’ ad abitare miez' ‘o bosco e sia fatta ‘o vuler’ ‘e sta carogna che sei, sia concesso, ma si nun le mandi chell’ che llè mannà a mia madre, tu m'è capito buono? Basta una parola. E forse l'avrà minacciata con severità, che solo Dio lo sa. ‘On Nicolì, sono certo che i coniugi si meritavano ‘na paccheriata pè comm’ se cumpurtavan’ ca vecchia, non davano ‘nu buon esempio a nisciun’. Però a pensarci bene, la nuora forniva alla vecchietta delle cose piene di zucchero come la marmellata, la cioccolata, dei dolcetti fatti in casa e altro, sperando che si ammalasse di diabete fulminante ca ll’arrecettava[10] in breve tempo.
Dopo l’ennesimo aspro commento, don Nicola riprende la favola cercando di far capire all’amico di non gradire ulteriori interruzioni.
‘A guagliona pigliaje il cesto, se mettett’ ‘a coppola ncap’ e stev’ p'ascì, quann’ ‘a mamma raccumannaje, comm’ fann’ ‘e mamme: figliò, non andare perdendo tempo, puort’ sta rrubbicella ‘a nonna e dopp’, tuorn’ subbut’ 'a casa, stai attenta rint' ‘o bosco, nun me fà sta in pensiero, nun dà confidenza a nessuno, specialmente ai lupi ch’è meglio. Cappuccè, quando sei arrivata dalla nonna, dalle quatt’ bacetti e salutamella, ca ll’educazione è sempre buona. Ti raccomando l’ultima cosa… in bocca al lupo e famm’ ‘nu squillo col cellulare!
Ma ‘on Niculì, non ve sfastiriat’ quando interrompo, chist’ sò numeri veramente. Possibile che sta femmena con un cuore nero, primm’ ‘e mannà ‘a suocera ad abitare nel bosco, nun penzaje ca si ‘a criatura aveva j’ a ddà nonna, doveva attraversare questo bosco così pauroso? Se faceva venì ‘e scrupol’ ‘e coscienz’? nun dà confidenza ai lupi, figuriamoci, come se avesse detto, nun tuccà ‘e gatti ca ti graffiano. Don Nicolì, la nuora, chella bona femmena, nun puteva fa pur' ‘nu squillo col cellulare ogni tanto? Seh, seh, lo squillo col cellulare… facitamell’ conoscere a sta piezza… Ah, che stavo dicendo!
Don Rafilù ma vuje con chi ve la state pigliann’, vi siete già scurdat’ che questa è una favola?
Embè che vulit’ ‘a me don Nicolì, io quando sento cierti fatti, avverto un bollore di sangue, la circolazione rint’ ‘e vene si rivolta. Io nun c’arrivo a penzà, ma che ce vuò fà veramente: piccerè nun dà confidenza ai lupi, ’e lupi so feroci, che llè vuò arraccumannà[11]. Che mamma scellerata, come se avesse raccomandato alla figlia di non attraversare la strada distrattamen- te...
‘On Nicolì, pò che succerett’, questa favola mi ha legato proprio mani e piedi.
Cappuccetto rosso mise in testa ‘a coppola rossa con una santa pacienza, sulla coppola rossa se mettett’ il canestro e accuminciaje a cammenà pè dint’ 'a nu sentiero stretto, che portava alla casa della nonna.
‘On Nicolì, però ‘a vecchia pè se mangià tutto chellu ben’ ‘e Dio, aveva tenè ‘na salute ‘e fierro, altro che influenza, manc’ nu grammo ‘e colesterolo, ‘nu poco ‘e diabete, o ‘nu poco ‘e grasso rint’ 'o sang’, ‘na botta ‘e pressione alta... no niente, eppure, cu tutt’ chella salute, doveva stare dentro casa senza fare niente, a sbadigliare dà matina ‘a sera penzann’ a cappuccetto rosso e al cane- striello cò mangià … veramente una vita sprecata. Ma chist’ sò fatti che solo rint’ ‘e favole succedono, è vero ‘on Nicolì?
Don Rafilù, avete visto che state accuminciann’ a capire qualcosa, chisti sò fatti mai succiesi, per l’appunto, e mò posso andare avanti?
Cappuccetto rosso stev’ cammenann’ già da parecchio tempo, e il cesto diventava sempre più pesante, quando ‘a miez’ 'e foglie ascett’ na bestia ca pareva nu lupo, no era proprio nu lupo.
E che facett’‘o lupo, che facett’ ‘on Niculì, eh?
Accuminciaje a parlà ca guagliona, manc’ fosse stato nu film dei cartoni animati: bambina, hai un bel cesto, e che ci sta nel cesto? e a chi lo porti il cesto... Alla nonna, gli rispose cappuccetto rosso. E la nonna per mangiare tutt’ sta robba ha ddà essere bella chiattolella, quanto mi fa piacere... e dove abita la nonna?
Cappuccetto rosso, che neanche sospettava quanto fosse cattivo il lupo, gli diede l’indicazione: la nonna abita in fondo al bosco a mano sinistra, 'o ventesimo albero dopo il fiumiciattolo, proprio sotto le tre querce, vicin’ a un bel cespuglio di noccioli, a chelli parti ce sta anche n’albero di nespole, tu nun ‘o penzà, va ancora avanti, né bestia hai capito tutto?
Grazie bambina, sei proprio buona e gentile, ciao ciao. E 'o lupo se mettett’ a correre comm’ ’e na saetta.
Don Niculì consentitemi una meditazione, frutto del mio alto livello di concentrazione. Ma vuje, ‘o posto dò lupo, come avreste fatto a capire dove stev’ 'e casa ‘a nonna? Miez’ ‘a nu bosco ‘e chill’, miez’ a migliaia di alberi, senza manc’ ‘a bussola, ‘o lupo si precipitò dalla nonna, comm’ se cappuccetto rosso gli avesse scritto l'indirizzo preciso. Pè na cosa simile ci foss’ vulut’ un’abilità tutta speciale? Facile che ai tempi ‘e c'era una volta, i lupi erano abituati a cercare gli indirizzi difficili, idonei a ffà 'e portalettere perfino, forse, chi sa.
Il racconto continua.
Cappuccetto rosso percorse l’ultimo tratto di sentiero cu nu passo lento, ma incantata dalla bellezza dei fiori e dal cinguettio degli uccelli, sembrava che sognasse ad occhi aperti. Vide poi alcuni raggi di sole che filtravano tra le foglie e l’allegro sfavillio di luci le suggerì un pensierino carino: ora raccolgo dei fiori per la nonna, certa di farle piacere, é ancora così presto. Uscì dal sentiero e s’inoltrò nel bosco. Ne raccolse uno, un altro ancora più bello, e così, correndo qua e là, s’inoltrò imprudentemente nel bosco. Finalmente la bambina arrivò a casa della nonna e trovò una nonna tutta pelosa, cu nu musso tanto, con certe zampe 'e lupo, insomma truvaje ‘a nonna ca facev’ schifo, irriconoscibile. Guardandola nu poc’ attravierz’, con la coda dell’occhio, mettett’ ‘a cesta ‘ncopp’ 'a tavola.
A questo punto cappuccetto rosso si rivolse alla nonna dicendole: nonna sò arrivata finalmente, ‘a prossima vot’ però piglio l’autobus, per risparmiare il biglietto mi sono uccisa ‘e fatica, nun è cosa a venì a piedi. Sai nonna miez’ 'o bosco ho raccolto dei fiori, lo so che ti piacciono, ma che stai facenn’ nonna, sti fiori nun se magnan’, sputa che ti viene il colera, t’avveleni, basta che mastica mette tutto in bocca, sputa ho detto, sti fiori nun sò bbuoni a magnà.
Nonna, nel bosco ho conosciuto n'animale ca me pareva nu lupo, gentile ma scocciante, faceva troppe domande ‘o ficcanaso, per il mio carattere. E che stiam0 in tribunale.
Nonna, ma da quanto tempo sei diventata così pelosa? E' la menopausa che fa questi scherzi, per caso?
Don Nicò, nun me chiammate scucciant’, ma sta criatura ‘a quant' tiemp’ nun verev’ ‘a nonna? Nun se ricurdav’ si ‘a nonna era normale o con i difetti, possibile che trovaje a na bestia rint' ‘o lietto, e nun s’accorgette ch'era nu lupo, possibile? Ai tempi d’oggi, io avrei subito sospettato che la bambina si fosse fumato uno spinello strada facendo, ma... ah già, me stev’ scurdann’ ca chesta è na favola.
Cappuccetto rosso riscontrò anche altre cose strane e le chiese incuriosita: nonna che orecchie lunghe hai, non- na ma tu è fatto nu naso ca si faje nu starnuto, in questo bosco, fai scuppià na tempesta 'e foglie. Nonna, ma che mani lunghe hai, nonna ‘a prossima volta te porto nu pacchett’ ‘e rasoi accussì te faje pure ‘a barba come si deve. Che rasoi preferisci? Nonna però te ll’aggia dicere proprio, e nun truvà scuse, ca salute toja te putiss’ pure mettere a ffà due servizietti, invece ‘e sta jttata int’ ‘a nu lietto dalla mattina alla sera. Nun se pò guardà cchiù sta nonna, è diventata una figura mitologica, per metà letto e per una metà corpo peloso.
Fortunatamente, da quelle parti passaje nu cacciatore che, pè nun sapè nè leggere e nè scrivere, vulett’ trasì int' ‘a casa per chiedere alla signora se avesse qualche necessità da soddisfare. Quann’ verett’‘a criatura ‘a na parte e ‘o lupo coricato cu na panza tanta, subbut’ capett’ cò lupo s’aveva magnat’ ‘a nonna con tutti gli occhiali, e dormiva e russava ca pareva nu mezzo cingolato.
Ah, accumincaje a strillà 'o cacciatore, fetente, mò ‘e fà ‘e cunti cu me, te faccio dormì io, te faccio. Cacciaje tanto nu curtiello, afferraje 'o lupo e 'o squartaje, in tempo pè salvà ‘a vita a chella povera nonna. ‘O lupo murett’ e ‘a nonna se salvaje, ‘o bene vincett’ e ‘o mmal’ perdett’.
Pè grazie ‘e Dio, tutto finì per il meglio. Il pericolo corso dalla nonna servì da lezione per il figlio e la nuora che, con rinsavita coscienza, se pigliajen’ ‘a vicchiarella con loro, la sistemarono in casa come meglio poterono e la rispettarono fino a quann’ ‘a morte nun sà chiammaje, salute a noi.
A cappuccetto rosso rimase la vergogna di aver confuso il lupo con la nonna: comm’è possibile, chill’ era ‘o lupo e io ll'aggio pigliat’ pà nonna? Che figura ‘e niente.
Don Niculì, tra la nonna e ‘o lupo ce stev’ na differenza? Sta nonna aveva essere proprio na bella femmina, chi sa com’era da giovane! E 'o canisto pieno ‘e mangià che fine facett’? Mò ch’è ora ‘e pranzo, c’avesse fatto comodo. ‘E cummann’ ‘on Niculì… e buon appetito.
Altrettanto a vuje, ‘on Rafilù… e statev’ accort' ai lupi, mi fate stare in pensiero. Oggi, ‘e lupi nun se ne trovano in giro, almeno in città, ma fate attenzione agli scippatori che si trovano specialmente in città.
Don Rafilù, buon appetito pure a voi.
Tessian
Cenerentola
Don Nicola sta attraversando un periodo in cui, è tutto preso dalla voglia di raccontare qualche favola d’altri tempi e forse immagina che ascoltare tali favole facesse immenso piacere all’amico don Raffaele. Sarà poi vero?
Don Nicolino bello, buona giornata...
Pur’ a vuje ‘on Rafilù, stamattina vi vedo in piena forma, pimpante, siete tutto un friccico effervescente come un bicchiere ‘e citrato cò limone.
Bontà vostra ‘on Nicolì, conoscendovi bene, m’aspettavo di peggio. Mi potevate paragonare a ‘na gassosa sfiatata, così lo sberleffo veniva meglio, invece…. Me sò sbagliato, perdonatemi, vedete comm’ a vot’[1] se capisce na cosa pè n’ata. Voi mi riempite sempre di sorprendenti attenzioni, e invece io penso ca vuje me vulit’ sfottere. Sarà pure na fissazione ‘a mia. Ad ogni modo, ‘on Nicolì, pè nun me sbaglià, contracambio la gentilezza. Vi piacerebbe essere paragonato all’acqua dò Chiatamone[2] con bicarbonato e zucchero? La bibita fresca e ge- nuina per fare i rutti, cu decenza parlann’, alla faccia ‘e chi ce vò male. Avessem’ araput’[3] ‘a bancarella 'e ll'acquaiuolo, ‘a freschezza chi vò vever’[4]?
'On Rafè avete nominato l’acqua dò chiatamone? E chi sa pò scurdà, ‘a chiammaven’ pure “acqua zuffregna”, per secoli diffusissima a Napoli. Sgorgava limpida dalle fonti del Chiatamone e ricordo ancora l’odore e ‘o sapore ‘e chell’acqua che scorreva limpida, fino a qualche anno fa rint’ ‘o cortile del Gymnasium, la gloriosa palestra di via Cavalli di Bronzo, che ha visto le gesta gloriose di Nicola Tempesta, di Italo Scodavolpe e della famosa Partenope, come della Marcacci, le due squadre di pallacanestro, al tempo in cui nun se chiammav’ Basket. Che tempi e che bei ricordi.
Don Nicolì, i ricordi sò sempre una cosa bell’assaje, sò piezz’ ‘e memoria ca stanno fermi rint’ ‘o cervello, scolpiti come le lapidi di marmo. Nun ce scurdamm’ che l’acqua zuffregna è stata per secoli, ‘o guadagno principale delle donne dò quartiere ‘e Santa Lucia, che dà matin’ ‘a sera jeven’ vennenn’[5] l’acqua dè famose mummere[6] offrendola per un centesimo al bicchiere.
Don Nicola ricorda che l’acqua del Chiatamone aveva ispirato, un tempo, dei famosi autori e con la sua voce di ottimo fine dicitore, canta una strofa della canzone più antica, “Fenesta vascia”, canto popolare del ‘500.
Don Rafè vuje me venit’ a parlà proprio a me, di vecchi ricordi? Ma sapit’ quante belle canzoni napoletane sono uscite da chell’acqua zuffregna? Tanto p’accummincià[7], Fenesta vascia che canta ‘e pene d’ammor’ ‘e ‘nu giovane venditore d’acqua zuffregna:
Fenesta vascia 'e padrona crudele,
quanta suspire mm'haje fatto jettare!...
Mm'arde stu core, comm'a na cannela,
bella, quanno te sento annommenare!
Oje piglia la 'sperienza de la neve!
La neve è fredda e se fa maniare...
e tu comm’ si' tanta aspra e crudele?!
Muorto mme vide e nun mme vuó' aiutare!?...
quanta suspire mm'haje fatto jettare!...
Mm'arde stu core, comm'a na cannela,
bella, quanno te sento annommenare!
Oje piglia la 'sperienza de la neve!
La neve è fredda e se fa maniare...
e tu comm’ si' tanta aspra e crudele?!
Muorto mme vide e nun mme vuó' aiutare!?...
e po’, “Funtana all’ombra”, nun dico ‘a meglia canzone di E..A. Mario, ma poco ci manca:
'Sta funtanella,
ca’ ména 'a tantu tiempo ll'acqua chiara,
ha fatto 'a cchiù 'e nu sèculo 'a cummara.
ca’ ména 'a tantu tiempo ll'acqua chiara,
ha fatto 'a cchiù 'e nu sèculo 'a cummara.
'On Nicolì mi siete proprio piaciuto, complimenti per i bei ricordi canori, ma finiamola con la musica, si no me scordo chell’ che ve vulev’ dicere. Dunque volevo dire che non mi va a genio, che nun sopporto ‘e sfuttò che jttate for'[8] pure quann' nun serve. Ne potreste fare a meno, pare! Nun vvò scurdate maje, m’arraccumanno…
Io don Rafilù? Ma perché v’adombrate comm’ ‘e cavalli ‘e razza? Io ve voglio bene comm’ ’e nu frat’, vuje ‘o sapit’ troppo bbuon’, e secondo voi cumprumettess’ n’amicizia, cu ‘nu scherzetto innocente? La nostra amicizia ha mis' ‘e radici e nun s’ha ddà rompere pè nisciuna ragione ‘e stu munn’, mò così bruciamo le amicizie, al cui cospetto i gioielli preziosi, anche i più preziosi, diventano una pazziella ‘e tre centesimi. Dico sti ccose per affetto, sono stato sempre sincero con voi, comm’ ‘e ll’acqua ‘e sorgente, e se vi riempio di complimenti, è perchè mi fa piacere. Invece voi me pigliate sempre a viceversa, pensate che vi voglio sfottere e mi ripagate con inacidite e non meritate mortificazioni. Fossen' almeno di giornata... ‘On Rafè, m’aggio sfogato, me sento cchiù liggier’, e mò a coscienza vostra, pensatela come vi pare. Suppurtatem’ ancora nu poco, quann’ me piglio ‘o diploma di quinta ginnasiale…
A don Nicola piacerebbe studiare fino al conseguimento di un diploma, a parte l’età, e ha manifestato più volte il desiderio di frequentare le scuole serali per imparare sempre di più. Ma al riguardo, don Raffaele è scettico.
‘On Nicolì praticamente v’aggia suppurtà pè tutt’ ‘a vita. ‘A quinta ginnasiale? E’ una parola, e quann’ c’arrivate, beato a chi ciò vede. Mettetvi sotto a studiare ‘on Nicolì, che ‘a quinta ginnasiale v’aspetta a braccia aperte. Io ve lo auguro, ma foss’ meglio a llassà stà ‘e suonn’ d’oro, ‘e suonn’ ‘e fantasia. Pensamm’ a campà bene ancora n’atu ppoco, campann’ senza dare fastidio, accussì ci putimm’ verè e putimm’ fà ‘e chiacchiere per ammazzare il tempo allegramente. Si accerimm’ ’o tiemp’, non é reato.
Don Rafilù a proposito di chiacchiere allegre, ve piacett’ ‘a favola 'e cappuccetto rosso? Dicit’ ‘a verità, ve la seppi raccontare? Allora mò, se vi fa piacere, pozz’ cuntà n’ata favola ca me cuntaje Sisinella 'a carcioffola[9], va ricurdate per caso? ‘A mugliera 'e Turuccio miezu culillo[10]?
Ah se, m'arricordo ‘on Nicolì, ma mò non mi dite che me vulissev’ cuntà n’ata favola. Nun state esagerann’ cu sti favole? Chell'ata vota ce vulett’ una grande pazienza per sopportare tutti chilli fatti maje succies’… comunque ccà stamm’, si nun ne putit’ fà a meno, raccontate pure, ve lo congedo. Il piacere è tutto vostro, e verìt’ 'e fà ‘na cosa 'e juorn’. Raccontate senza indugio, ma nun ve facit’ venì l’attacco di logorrèa.
Don Rafilù spiegatevi meglio, che sarebbe sta logorrèa? E poi, non vi sto dicendo di prendere una medicina, pare che mi state facendo un favore, tutto schifato e con una faccia appesa. Chesta favola nun me l’ha passat’ ’a cassa mutua, fidatevi, garantisco io. Don Rafè, ‘a logor- rèa… ditemi.
‘On Nicolì vi spiego con parole alla vostra portata, vuje ‘a cunuscit’ ‘a diarrèa? Si dice diarrèa quann’ se scioglie ‘a panza, ebbene la logorrèa è quann’ se scioglie ‘a lengua… E’ chiaro? ve stess’ venenn’ ‘a diarrea? nun ce penzat’ ca è solo un’impressione.
Bravo don Rafé, nascondete sempre l’asso nella manica, alla mia portata, ed io per essere al vostro livello, aggia scenner’ sempre nu scalino. Tante volte pure una sciorda chiarisce bene il concetto, senza offesa. ‘On Rafè, allora io vado a cominciare.
Così don Nicola inizia a raccontare la favola, infastidito dalle frequenti interruzioni di don Raffaele, il quale ha un solo difetto, quello d’essere molto noioso.
C'era una volta, tantu tiemp’ fa, primm’ della prima guerra mondiale, un gentiluomo vedovo che viveva rint’ ‘a una bella casa, con la figlia unigenita. ‘Na casa con ampio ingresso, salone tripo, cucina abitabile, cinque camere e tripli servizi, eccetera. Insomma due persone ci stavano comode e potevano dividere con soddisfazione gli spazi.
Con una casa tanto grande però, il proprietario si doveva preoccupare dà tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani. Ll’omm’ stev’ ben fornito a denari, tenev’ i piselli ‘on Rafilù, e campava meglio 'e nuje, ca po’ ce vò proprio poco. Egli donava alla sua adorata bimba qualsiasi cosa: vestiti pregiati, bei giocattoli, un cucciolo, un cavallino, na scimmietta e nu pappagallo. Il bravo padre si rendeva conto che la bambina più cresceva e più aveva bisogno delle premure di una madre, ma con tutto ciò, 'o povero pat’ faceva 'o possibbile pè tirà avanti ‘a casa e ‘a criatura, da solo, senza neanche l’aiuto di qualche badante che lle’ putess’ dà na mano. A quei tempi, le badanti nun ll’aveva inventate ancora nisciuno e non ce n’erano. Po’, quann’ ‘e fatti devono andare storti, se fernescen’ 'e sturzullà[11] e accussì ‘o pat’ crerennes’[12] 'e fà na cosa bbona, se spusaje a ‘na vedova con due figlie, sperann’ ‘e dà una cumpagnia alla figlia, due compagne di giochi, due vere sorelle. E la delusione non si fece attendere, accummiciajen’ 'e guaie ‘e chella casa.
Don Raffaele interviene con un commento palesamente ovvio, relativo alle seconde nozze dell’uomo.
‘On Niculì nun é ‘o primm’ caso, anzi, 'o pat’ incontra na pupata 'e stoppa[13], perde 'e cervelle e diventa senza vulè, nu chiachiello[14] qualunque. Mi dispiace per la creaturina, povera figlia. ‘On Niculì raccontate, sono sulle spine, mi sento pure ‘e pognere[15], mmò ssento ca stu fatto se mette malamente.
Don Rafè pozz’ j’ annanz’[16]? sò squadrature di sfere con voi.
Prego ‘on Niculì, vi cedo la parola e usatela come meglio vi riesce.
‘E primm’ tiempi, mi pareva che andasse tutto liscio, 'a matrigna ca figliasta, 'e sore e plastica... ahe, 'e sore… di, don Rafilù datemi na mano...
Azzò, comm’ no ‘on Nicolì, l’avit’ truvato 'o professore! ‘On Niculì ma che miseria, ve facit’ mancà ‘o vocabolo? Allora arapit’ bbuon’ 'e recchie[17] e ascoltate le mie sagge parole: ‘e figlie di due mamme si chiamano sorellastre.
Bravo a don Rafiluccio, m’ha fatto la sorpresina, e chi se l’aspettava. Chi ve llà ‘mparato ‘o fatto ca ‘e ffiglie ‘e doje mamme si chiamman’ sorellastre?
‘On Niculì ricordatevi che frequento spiss’ ‘o barbiere per via della mia leggera inclinazione al varicoso, ci sono tanti clienti ca dicen’ ‘a lloro, esprimono le opinioni più sconvolgenti, me pare nu toc shoe dà televisione, e così ho imparato molte cosette, a vuje fa pia- cere, è vero?
Ah certo, comm’ no, don Rafele ha frequentato le scuole superiori, ‘o liceo classico, e ha imparato le sorellastre, mi complimento ‘on Rafilù, m’avit’ suggerito na brillante idea, la prossima volta che vado a ddò barbiere me porto ‘e quaderni e pur’ ’e penne, così ‘o barbiere m’assegna i compiti per casa... ‘On Rafè fatemi il piacere, sit’ proprio nu buffone “doc” matricolato.
Dopo lo scambio di “amichevoli” rimbrotti, riprende il racconto.
In breve, 'e sorellastre andavano d'accordo fra di loro, sembrava una vera famiglia. Purtroppo ‘a guagliuncell’, la figlia del padre, nacque cu diciassett’ palm’ 'e sciorta nera[18] perché, bello e bbuon’, il padre morì, un infarto se lo portò all’altro mondo all’ombra dei cipressi, sentinelle every green di tutte quelle tombe, nicchie, cappelle e di altre dimore perpetue. Che v’aggia dicere ‘on Rafele mio, una tragedia. ‘A vita addiventaje n'inferno pè chella cara figlia, che ne vulit’ fà i dolori 'e santa Caterina. La donna, la matrigna, mostrò la sua natura di femmina cattiva e fredda, invidiosa della figliastra che con la sua dolcezza e con la sua bontà, faceva apparire le sue figlie, Anastasia e Genoveffa, ancora più meschine, perfide e brutte. Uh, mi facevano schifo chelli piezz’ 'e carogne, di razza caprina mamma e figlie... pè nun ‘e chiammà scimmie con i calli al culo.
‘On Niculì voglio fà un’aggiunta al complimento, si no mi sento ’e schiatta, io ce vuless’ mettere: chelli tre porzioni ‘e trippa sporca e fetente, un prodotto avariato di bassa macelleria, buona’ sul’ per i gatti ca se moron’ ‘e famm’.
‘On Rafilù bravo, mi compiaccio, siete un suggeritore di valore, prezioso, siete un fine dicitore, quasi un poeta, io stesso non sarei stato più bravo di voi.
P'ammore 'e Dio ‘on Niculì, mi fate troppe ondulazioni, modestamente quann’ pozz’ fà nu piacere, n’opera buona, sono sempre pronto, cu tutt’ ‘o core.
Ancora un’interruzione ed ancora una ripresa, ma don Nicola ormai ha fatto il callo a queste cose.
Le tre trippe se mettetten’ contro ‘a povera piccerella e ‘a maltrattavano senza misericordia, ‘a trattaven’ comm’ ‘e ‘na serva: lava, stira, cucina, tu resti a casa e noi andiamo a divertirci, la casa dev’essere pulita, deve luccicare, se ti disturbano i servizi di casa, ricorri in appello.
Le sorellastre indossavano i migliori vestititi e abitavano le più belle stanze della casa. ‘A ragazzina invece teneva ‘nguoll’[19] sempre lo stesso indumento, ogni gior- no cchiù zuzzus’[20] e abitava la soffitta, in compagnia dei topi e dè scarafaggi. Sta povera sventurata addeventaje stracciata, e un pò per volta, jttat’ vicin’ ‘a nu fuculare, se facett’ dò colore della cenere, al punto che le sorel- lastre a chiamarono Cenerentola.
‘On Niculì, allora Cenerentola é ‘nu soprannomm’, è ‘nu comignolo[21]. Mi ha quasi commosso sta sventurata, me scappan’ ‘e lacrime a penzà a sta povera figlia. Sapenn’ po’ che ‘a guagliona era vestita comm’ ’e ‘na zuzzosa, del colore dà cenere, certamente nemica dell'acqua e della saponetta, mi viene da pensare alla mancanza d’igiene. ‘E puorch’ sono sporchi? ma Cenerentola aveva essere nu ver’ schifo, mai per dire, ve pare ‘on Nicolì?
Don Nicola continua il suo racconto.
Meno male che Cenerentola teneva nu carattere forte, di acciaio temprato, comm’ ’e na roccia, nun se perdeva mai di coraggio, anzi spesso pensava: venarrà ‘o juorno ca a sti tre traband’[22] ll'aggia fà schiattà d’invidia e ll'aggia verè cchiù brutte ‘e chell’ ca sò, peggio dè scufecchie[23] 'e strega.
Don Niculì, mamma e figlie erano pure brutte? Dicite ‘a verità.
Erano brutte? Orribili ‘on Rafè, confermo e ce mett’ pur’ l’aggiunta, si a chell’ epoca faceven’ l'esposizione ‘e tutti ‘e scuncilli[24] femmen’ della terra, chelli tre pupatelle[25] dovevano spartire 'o primm’ premio e anche il supplemento. Pé ve fà capì don Rafilù, vuje sit’ brutto, ma chelli tre mi fanno venire i brividi, mamma ‘e figlie erano pure cchiù brutte ‘e vuje...
Né ‘on Nicolì, m’era sfuggito ca vuje sit’ ‘a copia precisa ‘e Rodolfo Valentino. M’avit’ fatt’ piglià collera ancora una volta, gratis, mò a parte 'o fatto ca vuje nun sit’ na statuetta 'e capemonte[26], ma pecchè avita fà ‘o confronto tra me e le tre madame della favola? Io non vi capisco, mi dispiace, ma avit’ sbagliato, vi rimprovero cu tutto ‘o sdegno, è ‘na furtun’ pè vuje che hanno abolito la pena di morte.
‘On Rafilù riconosco l’errore, allora pè me fà purdunà, vi do un bacio affatato e così diventate un bel principe di colore azzurro, se poi non vi piacesse l’azzurro, pozz’ pur’ cagnà ‘o culor’.
Don Raffaele non replica alla provocazione. Il più delle volte, gli scambi simpaticamente offensivi, svaniscono nel nulla e tra i due amici tutto ritorna come prima.
Don Nicola continua a raccontare.
Quann’ chelli tre cornacchie non erano in casa, cugliev’ ogni occasione Cenerentola pè fà amicizia con qualche gattino, con gli animali di casa, i suricilli, gli scarafoni, ll'auciulluzzi[27] del giardino. Insomma, tutti gli animaletti ‘a vuleveno tanto bene... sta tranquilla Cenerè, ap- pena capita l’occasione ti facciamo dare una mano dalla fata, poi vedrai comm’ 'e cumbinamm’ a chelli tre mappine.
Nu bellu juorn’, a palazzo reale si sentiva 'e dicere ca ‘o figlio del re, il principe, se vuleva spusà, ma tenev’ cierti gusti troppo difficili e cercava 'a figliola cchiù bella del regno. Allora 'o rre chiammaje 'o ministro degli affari di palazzo e llè dicett’: ministro spero che non mi delu- derai, ti ordino 'e spanner’ 'e penne[28] di mio figlio che si vuole sposare. Datti da fàre e trova 'a guagliona cchiù bella del regno, sia bandito il concorso di miss regno… e senza fa ‘mbruogli, che con me non si scherza, io putess’ controllà perfino ‘e forografie segnaletiche.
Sarà fatto maestà, assicurò il ministro, ve vuless’ perdere pè na fessaria 'e chesta? Ma vi pare maestà ca nun ce sta 'a guagliona cchiù bella 'e tutt’ quant’? Maestà, adesso vi consiglio di organizzare una grande festa a palazzo e poi nvitamm’ tutte le ragazze del regno, escluse le racchie ca restano a casa, a chi ’e presentamm’, chill’ ‘o principe ce sputa ‘nfaccia, ‘e facimm’ mangiare e bere, ‘e faccimm’ pur’ divertì. Poi, mentre 'o principe seleziona le fanciulle, noi ministri ce spuzzuliamm’[29] i murzilli più prelibati.
Bravo ministro, bravo, sia presto fatto e m'arraccumann’ l’urgenza, nu ghiat’ perdenn’ tiempo ca voi sapete come la penso, nun truvat’ ’e scuse della burocrazia che io non ce metto niente a ve fà taglià 'a capa.
Salute ‘on Niculì, ai tempi ‘e c'era una volta ‘e rre erano accussì aspri? Trattavano i ministri come fossero alici, llè tagliav’ subito ‘e cape?
Effettivamente, chi cchiù e chi meno, si diedero da fare tutti, sicchè ‘a festa fu fissata con enorme soddisfazione. Furono spediti gli inviti e ‘o biglietto regale fu recapitato pure a Cenerentola. Figuratevi chelli doje sorellastre che se firajen’ 'e fà per andare a palazzo reale, al gran ballo del principe, sfuggirono addirittura alla sele- zione delle racchie. Chi lo sa come fecero.
Anch’io andrò al ballo del principe, l’invito dice che ogni fanciulla dovrà partecipare, protestò Cenerentola, questo é l’ordine del re che esclude dal ballo soltanto le racchie e io non lo sono, le mie sorellastre invece altro che racchie.
Mamma e figlie la sbeffeggiarono, risero per tre giorni di seguito: e si, come no, una miserabile serva che balla nei saloni del re, cu na mazza ‘e scopa mman’… Cenerè cucù settè, il gran ballo del tuo re, nun ‘o può manc’ verè.
Cenerentola pensaje ‘ncuorp’[30]: chesta é l’occasione giusta che stavo aspettando, mò chiamm’ 'o gatto, 'e suricilli e gli uccellini, li faccio parlà’ ca fata, accussì può essere ca st'anima bbona m'aiuta a cagnà ‘a vita, con le sue magie. Venett’ 'o juorn’ dà festa, a ddò jetten’ 'e doje colubrine tantu bellell’, vestite come si deve, gioielli veri e falsi, più falsi che veri, più che altro chincaglierie, ornamenti rint’ ‘e capilli, ‘on Rafè, praticamente duje quadri astratti, voi siete della mia stessa opinione?
Cenerentola senza dire niente, segretamente, con l'aiuto della fata, del gatto, dei suricilli e degli uccellini, ognuno facenn’ ‘a parta soja, vestita comm’ ‘e una principessa, più di una principessa, lavata e stirata, pettinata, inci- priata, profumata, se presentaje a palazzo realer int' ‘a na cucozz’ trainata da quattro suricillii[31].
‘On Niculì abbiate pazienza, mò per via delle favole… ma avessem’ passà pure per scemi? E su, ‘a cucozza grossa e po’, ‘e suricilli tiravano ‘a cucozza? Me pare ca stavolta il pinnolo[32] non se ne scende proprio...
‘On Rafilù, ma quanta vota v’aggia dicere ca chisti fatti nun sò maje succiesi e sforzatevi, mettendoci anco un po’ di perspicacio, la fata trasformò con la sua bacchetta magica la cocozza in carrozza, 'e suricilli in cavalli, pure bianchi, pè ffà cchiù bella figura. La bacchetta era magi- ca, ripeto, right?
Sta bene ‘on Nicolì ho capito, ‘a fata facett’ ‘a magia, sò cuntento pà guagliona… ‘on Niculì stev’ penzann’, ‘a fata ve potess’ trasformà in un prosciutto magro e dolce?... va bbuò basta, mi arrendo, nun parlo cchiù.
Don Rafilù vi siete risparmiato nu pacchero con la mano storta... jamm’ avanti ca mò ven’ 'o bello. Cene- rentola se presentaje a palazzo, facenn’ uno splendido figurone, me pareva na principessa… ma che dico, anche di più, molto di più, una vice regina. Tutti la guardavano a bocca aperta ed esclamavano: oh, ma chi è questa principessa, che bel vestito lussuoso indossa, di altissima moda, ma che buon profumo di classe, par’ ’o giardino degli aranci, ma è proprio una fanciulla bella. Insomma, ognuno diceva 'a soja, ammirato e compiaciuto. Quando il principe se truvaje annanz’ a chella bella guagliona, a n'appoc’ llè venev’ un inzurdo[33], ma svenne solamente, ce vuletten’ diciotto o diciannove minuti circa pè se ripiglià. Quando rinvenne, ca se ripigliaje dall’estasi più soporifera, cummincje a ffà 'o spasimante nnammurato, tutto bene mio e cuore mio, cu nu fritto misto di sentimenti in ebollizione, premure, vezzeggi ‘e ogni misura… vien’ principessa mia bella, per te sono gli onori della festa, tutti per te.
‘On Niculì 'o principe parlava italiano?
‘On Rafilù, 'o principe era molto istruito e parlava pure nu poco 'e napulitano, ma sul' quann' era molto felice.
Il principe, felice e innamorato, si rivolse a Cenerentola, ovviamente in napoletano, ovviamente molto felice.
Hai visto Cenerè, il re mio padre ha fatto apparicchià nu buffè da mille e un mezzogiorno, hai visto quante tavole piene di specialità gastronomiche, mai per dire, il re mio padre, per l’occasione, ha inventato il catering. Cuore di piccioncino, ti piacciono le mulignanelle a fungitiello[34]? Zucchero del principino tuo, che ne dici di queste belle tagliatelle al forno? Vorresti ‘o pignatiello 'e gnocchi alla sorrentina? guarda là, scior’ variopinto e profumato del mio più incantevole giardino, te piacessen’ i purpitielli[35] con le pummarulelle del piennolo[36] e ‘o putrusino? Alla luciana, detto fra di noi. 'O principe se n'era accorto che Cenerentola teneva un appetito arretrato, come infatti ‘a guagliona jett’ annanz’ mezza jurnata a magnà il bene di Dio. Cenerentola se magnaje uno e tutto proprio, pasta al forno, spaghetti allo sco- glio, ‘a carne, ‘o pesce, cento e più contorni, ‘e dolci, ‘a frutta. Pure ‘o bicarbonato era pronto a tavola, per chiunque servisse.
‘On Niculì ma che sono gli spaghetti allo scoglio?
Veramente 'nno ssaccio ‘on Rafè, ma secondo me, ha ddà essere sempre una delizia prelibata di palazzo reale, senza pericoli per i denti.
Comm’ sia e comm’ fuje, Cenerentola nun se firava cchiù manc’ ‘e risciatà, alla fine, fortuna che nun se bevett’ il vino, si ricordò che a mezanotte finiva l'incantesimo e doveva correre subito a casa pè nun fa scuprì ‘e zelle. A dieci minuti dalla mezanotte Cenerentola accuminciaje a correre comm’ ‘e na lepre, e 'o principe appriess’: Ceneré fermati, la scarpetta. Cenerentola s'avutaje addret’ solo nu secondo e con un filo di voce, supplicò: principe mio signore, io teng’ na panza ca mò schiatta… ‘a scarpetta la possiamo rimandare alla prossima volta?
Uh don Nicolì, che equinozio divertente, chill’ ‘o principe si riferiva alla scarpetta ‘e cristallo ca Cenerentola aveva perdut’ currenn’, e invece essa se ne ascett’ con la pancia gonfia ca mò schiatta. La fretta non é buona neanche in guerra, si sa, e che ne parlamm’ a ffà, ma Cenerentola si doveva spicciare per tornare a casa prima di mezzanotte.
‘On Rafè mò arriva ‘a stretta finale, state a sentire. Tutto ciò che rimaneva di quella magica serata era la scarpetta di cristallo calzata da Cenerentola.
Il giorno seguente, il figlio del re comunicò al padre che avrebbe sposato soltanto la fanciulla che aveva perduto la scarpetta. Embè figlio mio caro, dicett’ ‘o rre, anima e coraggio, assaje ce vò a trovà la guagliona che ha perduto una scarpetta di cristallo? Abiterà da queste parti, non è mica venuta dalla Cordigliera delle Ande, allegro, canta con me e nun te preoccupà, sopra le mute ande ma quanta nieve ma quanta nieve, sotto le mute ande, caliente é il fuego del suo camin. Sta tranquillo, guagliò che la trovremo.
Il re incaricò il granduca ministro degli interni, ‘e truvà la ragazza dà scarpetta di cristallo. Ma il granduca, non certo felice di toccare una infinità di piedi, avess’ voluto verè a vuje, fu costretto a provare la scarpetta alle nobili damigelle del regno, contesse e duchesse, principesse e baronesse ma niente da fare, il piede era sparito. Per una sorte benigna, i piedi delle racchie non erano in gioco, ‘o granduca perciò se putev’ sempre risparmiare un poco di areosol pedestre. Arrivò infine alla casa di Cenerentola dove trovò chella zoza ‘e matrigna che corse a svegliare le figlie che, a ora ‘e pranzo, dormivano a sonno pieno, int’ ‘o meglio, duorm’ Carmè cò cchiù bell’ dà vita è ‘o durmì. Non abbiamo da perdere neanche un minuto, una di voi potrebbe sposare il principe, qualora riuscisse a calzare la scarpetta di cristallo. Le mandò giù di corsa, sperann’ nell’arrognamento dè pier’, un miracolo mai visto prima, e manc’ dopp’. E qui le figlie non avevano colpa, ‘e pier’ nun traseven’ proprio in una scarpetta così piccola .
Eccellenza vedete con i vostri occhi, sottolineò l’aiutante del granduca, queste fette, quarantaquattro pianta larga, non potranno mai alloggiare in questa scarpetta delicata. La matrigna intanto, per seguire le prove in corso, non s’accorse che due topolini, le sfilavano una chiave da una tasca e la portavano via. ‘O bello ca s’era disturbata tutta quanta, per via dei piedi delle figlie, né ma ‘a chi ‘o bbuò, i capolavori sono opera tua, sò figlie tue… statt’ zitta!
Il granduca si avviò all’uscita, ma Cenerentola lo chiamò dalle scale: Vostra Grazia mi consentite un secondo? nun ghiat’ ‘e press’ che ci sono anch’io, dovete misurarmi la scarpetta, scummettim’ che mi va bene? jamm’ quant’ vi giocate, vi volete scommettere una cifra?
Il granduca vide Cenerentola scendere le scale, pronta pè pruvà ‘a scarpetta, ma la matrigna si oppose dicendo al granduca: nun ‘a rat’ retta ‘a chesta serva, che s’è ditt’, vi giuro che tiene pure i calli. La donna fu spinta da un lato: gli ordini vanno rispettati, ogni fanciulla del regno deve misurare la scarpetta fosse pure una vaiassa.
La matrigna però, sempre più cocciuta e cattiva, facett’ ’o sgambetto all’aiutante, pè llè fà caré[37] ‘a scarpetella dal cuscino. La scarpetta cadde, frantumandosi in diecimila pezzi, forse erano pure di più, ma nisciun’ ‘e cuntaje.
Questo è un atto di perfidia, è terribile, gridò il granduca e quando lo riferirò al re, ‘o cunuscit’ comm’ ‘o conosco io? mi dispiace per voi, ma ‘o re ve lev’ ‘a capa, comm’ ’e n’alice.
Cenerentola estrasse di tasca l’altra scarpetta e la porse al granduca che gliela calzò senza alcuna difficoltà. Ma in quello stesso momento, la fata amica toccò Cenerentola con la bacchetta magica e tutti potettero vedere che fosse proprio lei, la bella principessa cercata dal principe.
Finalmente, per Cenerentola ebbe inizio una vita diversa, la vita che aveva sognato e meritato con la sua umiltà, la sua abnegazione, la sua costanza nel credere in un futuro migliore. ‘O principe quann’ ‘a jett’ ‘a piglià con la bella carrozza reale, facett’ arruvutà ‘o quartiere, la folla dei curiosi acclamava senza sapè, né abbiate bontà, ma se pò sapè ch’è succies’, pecchè tutta sta gente?
Il principe in persona volle organizzare le più belle nozze del secolo, at’ ca Grace Kelly, vulett’ fà ‘e ccose in grande stile, senz’abbarà a spese, tanto pagava il re babbo, il re na…babbo, ma ‘o necessario é che tutto andò bene.
E’ inutile ripetere sempre ‘e stesse cose, ma soprattutto pare sciocco concludere: e tutti vissero felici e contenti. Ma che c’azzecano tutti cu chilli duje ca se spusajeno?
‘On Rafè avit’ visto comm’ sò sti favole? ’A na scarpetell’ hanno fatto nu romanzo. Ora che ci penso, una scarpetta di cristallo, mai vista in vita mia, ma chist’ over’ fanno?
E a voi questa favola ha suggerito qualcosa?
Don Nicolì certamente, comm’ s’è ditt’, ogni favola ha la sua morale e Cenerentola m’ha fatto riflettere parecchio: quann’ t’assiett’ a tavola, nun t’abbuffà come uu rospo, ti fa male alla salute e vaje ‘a risico ‘e perdere ‘e scarpe pà via…
Tessian
La scoperta dell'America
Don Nicola e don Raffaele s'incontrarono all'osteria per puro caso, dove bevvero un vino eccellente, insuperabile e mondiale, come definito dai due intenditori.
Riscaldati i motori e la fantasia, don Raffaele si accinse a raccontare la storia della scoperta dell'America. Chi lo avrebbe mai immaginato...
Don Nicolino bello, pur' vuje all'osteria?
Uè don Rafilù, buona giornata, assettatev', sedetevi che vi voglio offrire nu bicchiere 'e vino speciale. Chist'anno 'o Solopaca è venuto proprio buono, mondiale, una cosa unica.
Don Raffaele non si fece ripetere due volte l'invito e assaggiò il vino. Conosceva molto bene la qualità del Solopaca.
Comm' è? Aggio ritt' na bugia? Jamm' che per la bontà 'e stu vino, s'azzecca 'a lengua sotto 'o palato, si blocca e nun se po' manc' cchiù parlà.
Umm, che vino 'on Nicolì, condivido il vostro giudizio, ma per questo vino, nu bicchiere è poco, non basta, ce vò nu litro, e faciteve 'il conto, 'o primm' bicchiere non si conta, 'o sicond' bicchiere è 'o cchiù carnale, e 'o l'ultimo è 'o bicchiere dà staffa, totale, viene preciso nu litro 'e vino.
Don Rafè perdonate, mò da un fatto usciamo ad un altro fatto, a stu momento me sta passann' pè cap' ll'America, non vi so dire per quale ragione, forse si tratta di curiosità o è la sete di sapere. Il vino mi toglie la sete e la sostituisce con un'altra diversa. Tanti anni fa, a qualcuno sarà venuto 'a voglia 'e scoprì l'America... avrà avuto nu stommaco di ferro o di altro materiale resistente, sprezzante dei pericoli che gli potevano capitare durante il viaggio.
Ma comm' 'on Nicolì, nun l'avit' maje conosciuta 'a storia 'e Garofano 'o Palumm'? (Cristoforo Colombo)
Don Nicola non nascose la sua meraviglia nel sentire per la prima volta il nome di Garofano 'o Palumm'.
Gesù, questa novità è fresca di cantina, mò ci vuole, è nu nomm' che non mi dice niente.
Don Nicol' lasciatevi servire, Garofano 'o Palumm' è un celebre personaggio storico, navigatore di chiara fama e convinto assertore ca 'ncopp' 'a terra ce stev' pur' chill'atu munn'. 'O ghiev' dicenn' a tutti quanti, però nisciun' gli credeva anzi la gente 'o facevi 'e febbie[1] e 'o sfuttev' comm' fosse stato un sapientone, tutt' fumm' e niente arrosto, nu vruoccolo sagliut'[2], per capirci bene.
'O pover' omm' nun ne poteva ccchiù 'e chesta situazione e nu bellu juorn', nervoso più del solito, cominciò a sbraitare ad alta voce, 'a rint' 'o microfono: né uommen' 'e niente, arfabetici[3], avete sentito mai parlare della scoperta dell'America? No? E allora comm' ve permettit' e me piglià pè culo, proprio a me, Garofano 'o Palumm', famoso nel mondo e ca nu juorn' mi scriveranno anche nei libri di scuola. Vi avverto ca teng' 'o sang' caliente pecchè sono un poco spagnolo pè parte di nonno, perciò statev' accort'[4] ca è meglio per voi... ma inzomm', v'avessa presentà 'o curriculum, per caso?
Garofano 'o Palumm' passo dalle parole ai fatti concreti, alla dimostrazione pratica delle sue capacità, e così...
Ora faccio vedere a chisti quattro soffia minestra chi è Garofano 'o Palumm'.
Senza fà chiacchiere pigliaje n'uovo e paffete, 'o facett' rimanè dritto sulla tavola. A stu prodigio 'a gente appezzaje 'e recchie: azz', ma allora chist' è robba bbona, guardate llà guardate, ll'uovo dritto 'ncopp' 'a tavola... in posizione verticale.
Don Rafilù perdonate, io cu chill'uovo m'avess' fatto na frittatella semplice e saporita, cu nu ciuffo 'e prezzemolo e na bella grattata 'e parmigiano, è proprio 'a morte soja. 'O pover' omm' sprecaje l'uovo inutilmente. Io penz' pur' a gallina che lo fece, la quale si sarà certamente lamentata per il grande dolore: e chesta è a ricompensa pè tutti i sacrifici miei, e valeva proprio 'a pena e me fa nu mazz' tanto?
Eh, povera gallina, ca tutta appuciuchut'[5], avrà pianto lacrime amare per il sofferto uovo, è vero 'on Rafè, un'amara sofferenza per ogni uovo... già, ma vuje po', che ne putit' sapè, avit' maje fatto n'uovo vuje?
'On Nicolì pè favore, nun me facit' sentì questi sciocchi spropositi, me facit' scurdà 'a storia ca sto cuntann' e poi dopo... facimm' veramente na frittata semplice e saporita, prezzemolo e parmigiano.
Scusate 'on Rafilù, sapit' comm' è, quann' pigliate n'uovo e lo buttate via?
Mò accumminciat'[6] n'ata vita? Ma allora vi siete proprio fissato con l'uovo.
Lass'[7], tutti i presenti riconobbero il valore di Garofano 'o Palumm' e tuttavia, incuriositi, si chiedevano l'un l'altro: allora chist' è proprio robba bbon' e nuje nun l'aveven' calcolato granché, niente meno chist'omm' fa pur' 'e giochi 'e prestigio.
Tuttavia sarà la storia, quella vera, a stabilire l'ultimo giudizio.
Siccome a quei tempi regnava un re, spagnuol' o portoghese? Nun me ricordo bbuon', ah, era spagnolo, Garofano 'o Palumm' che cosa fece? Se facett' 'o bagaglio, aizaje 'e tacchi e ghiett'[8] in Spagna. Se lo fece piccolo 'o scarpinett'[9], ma quann' po' finalmente arrivaje, senza perdere tempo si fece ricevere da sua maestà ca stev' senza fa niente proprio aspettann' a iss'.
Il protagonista di questa storia si presentò al re con l'intenzione di presentargli il progetto di scoprire l'America.
Maestà buon giorno, vi presento i miei umili omaggi, so arrivato proprio mò dall'Italia, per fortuna ca 'o treno ha fatto solo due giorni di ritardo, m'aggo fatto una sciaquatella di faccia ed eccomi a voi. Sono venuto dall'Italia perchè vi vorrei parlare venti o venticinque minuti al massimo. Mi potete ascoltare? Mi date udienza?
Parlate pure signor Garofano 'o Palumm', rispose il re.
Maestà, 'o fatto è chst', io avrei la buona intenzione di andare a scoprire l'America, si vuje mi date una mano e me rispunnit' a denari. Che ve ne pare Maestà, io vi sto offrendo lo sponsor in esclusiva.
Don Nicolì mi seguite o sto parlann' comm' 'e nu scemo in faccia al fiasco di vino? Capisco ca 'o bicchiere 'e vino a volte fa degli scherzi, se vi scappa di andare al gabinetto, jat' ca v'aspetto.
Don Rafilù vi ascolto, mai comm' a sta vot', addirittura me par' 'e vedè nu film al cinematografo, continuate primm' ca me ven' 'o suonn', vuje forse non lo sapete, ma io quann' vado al cinema, m'assett' e m'addormo a suonn' chin'.
Al re piacque l'idea di Garofano 'o Palumm' tuttavia, molte perplessità gli affiorarono alla mente.
Che meraviglia, llè rispunnett' 'o rre, 'o scarpinett' ve lo farete più lungo ancora. Vi vorrei dare una mano però voi mi assicurate che l'America esiste veramente?
Maestà questo vostro dubbio mi fa specie, ma comm' è possibile che un uomo della vostra esperienza e della vostra levatura, non sa che l'America sta a chell'ata parte do munn'? Che niente niente stissev' penzann' ca io so venuto dall'Italia pè fà 'o mbruglion' mariunciello? Fossi venuto pè ve fà fesso? Putess' perdere all'istante 'a vista e ll'uocchi se fossi venuto in Spagna a ffà 'o ladro, 'o facevo in Italia po'. Guardatevi intorno Maestà e informatevi, coloro i quali hanno studiato chesti ccose vi diranno che la terra non finisce qua e che a chell'ata parte del mare ci sta un altro mondo. Sicuro e garantito. Comm' ve pozz' spiegà, avita sapè che a terra somiglia a nu purtuall'[10] , come mi potreste insegnare. Da qualunque parte tagliate l'arancia, troverete tanto succo e tanta scorza. Maestà, per farla breve, 'a terra è la stessa co- sa, cchiù o meno, a ddò jat' jate, vuje trovate tanto mare e tanta terra. Ho spiegato bene tutto Maestà? V'è piaciuto 'o ragionamento ch'aggio fatto? Con quello che ho detto Maestà, non si scherza, chisti fatti so scritti rint' a storia di tutta l'umanità, nel libro universale, a ddò ogni parola è oro colato, è un assegno circolare, coperto e garantito, già, proprio così, putess' pur' dicere ch'è Vangelo.
In tanti libri potete pure leggere delle bugie, tanti 'nzuinamienti come tante altre mistificazioni... ma manc' se po' ffà 'o paragone con il libro universale che quann' ha ritt' na cosa, chell' è, non ci sono altre verità.
Don Rafè, a scuola serale vi ha insegnato tante cose, tant'è vero che state cuntann'0 'a storia 'e Garofano 'o Palumm', senonché m'è venut' 'a voglia 'e dicere pur' io na verità. La scuola serale pure a me ha insegnato a meditare con profitto e indovinate cosa stavo pensando?
Prego 'on Nicolì, faciteme sentì, sit''o padrone.
Dunque don Rafilù, ecco qual è il mio concetto, la storia non è soltanto quella fatta dai grandi personaggi o dagli avvenimenti importanti, guerre, scoperte scientifiche o altro, ma pure da piccoli frammenti di vita quotidiana. Voi ed io, infatti, par' ca stamm' all'osteria a perdere solo tempo cò bicchiere 'e vino, 'o mazzo 'e carte, a ddò mai don Rafè, senza volere , pur' nuje stamm' scrivenn' una pagina di storia, quella di tutti i giorni, vissuta da don Nicola e da don Raffaele.
Don Nicolì avete detto una cosa bellissima, 'a rint' a quale salsiccia l'avete estratta? Allora stavate sveglio, tenit' mente tenit', vi meritate proprio un bacio hdemico come in uso nei messaggini. 'O bacio ve lo do un altro giorno però perchè oggi fetit' 'e vino, puzzat' 'e vino, capite l'italiano si o no?
Esaurita la breve parentesi, don Raffaele continuò il suo racconto.
'O rre faceva 'o par e 'o spar' e per prendere tempo, mettett' 'e ministri in mezzo. Ahe, i ministri, e chi non lo sa che i ministri vonn' fa la loro bella figura, sempre ministri sono a ddò jat' jat'[11], v'abboffon' 'e zifer' 'e vient'[12], per poi farvi contenti, garbati e fessi.
I ministri se mettetten' sotto 'o povero Palumm', inesperto di politica, e 'o 'mbriacajen' 'e chiacchiere, di parole vuote in politichese spagnolo. ...Qui bisogna nominare una commissione esperta di trasporti marittimi con la quale Dio 'o sap' e a Maronn' 'o ver'. Si si, con la quale aspetta e spera settimane e mesi interi, e pure di più. Credete voi ca ve fann' magnà 'o casatiell' a jurnata 'e Pasqua?
Don Nicolì come avrete immaginato, 'o povero crist' se truvaje mmiez' a na banda 0e ministri ca 'o cchiù pulito fetev' 'e saraco affummucat'[13]. Ci voleva solo un miracolo.
Tira a me e vott' a te, 'e ministri riducetten' a Palumm' na palla 'e gomma, e nun pigliajen' nisciuna[14] decisione. Nun vulevan' fa carte, è chiaro no!
Ma na matin' don Garufaniell' pensò di recarsi dalla regina Isabella per esporle la sua idea. Si trattò di una intuizione felicissima. Il giorno seguente se truvaje rint' 'o salone dà regina, se pigliaje 'o nummer'[15] e appena venett' 'o turno suojo, si avvicinò con gentilezza alla regina e llè dicett': Maestà buon giorno a vuje, io mi chiamo Garofano 'o Palimm', è facile ca nun me cunuscit'[16] ma ad ogni modo, vogliate ascoltare la mia supplica accorata, sperando umilmente che la vostra infinita saggezza, possa dare spazio e fortuna alla mia idea di scoprire l'America. Aier' proprio aggio parlato con vostro marito di questa idea, senonché il re consorte m'ha menat' 'e cani nguoll'[17], cierti facce 'e cazz'... voi li conoscete? Scusate 'a parola, ma a Genova così' si dice, ca putessen' jittà sangue e veleno. Sti ministri se so mis' 'a cantà comm' a tanti galli rint' 'o pollaio, e non si è fatto mai giorno, perciò ho pensato a voi.
Cara regina, è meglio che ci parliamo esplicito, aier' tra re, ministri, sapienti e compagnie cantanti, ho perso solo tempo e m'aggio fatt' 'o sangue amaro. Regina bella, 'o Signore v'ha ddà fà con la salute ed io vi ringrazio con anticipo se ascoltate il mio consiglio, ccà si deve essere decisi, o ricco marinaio o povero pescatore. Se non fosse possibile un finanziamento, ditelo chiaro chiaro, io arrecett' 'a bancarella[18] e vado a vendere for' a metropolitana di Madrid, così nella storia rimarrà scritto che i regnati di Spagna erano duje turzi, noglie e marito.
La regina fu molto colpita dal discorso chiaro e deciso il quale infatti la spinse a dare un contributo concreto a Garofano 'o Palumm'.
Signor Palumm', ammiro la vostra decisione e la vostra franchezza, dicett' 'a regina, a voi cosa servirebbe?
Maestà me servessen' solamente tre varchetell' cchiù o meno dà grandezza 'e chelli barche ca portano 'a marsala alla marina grande.
Avete chieso, let' 'a sott'[19], rispose la regina, si m'avvisaven' primm' vi facevo trovare tre bastimenti a motore.
Niente affatto maestà, niente motori, cominciamo troppo presto ad affumicare il cielo e la terra, a spurtusà[20] l'ozono, dopo m'ha ddà restà pur' 'o scrupolo 'e coscienza. Mi bastano tre barche a vele e al resto ci penso io.
Siano concesse le navicelle, fu la solenne decisione della regina.
Garofano 'o Palumm' non trovava le parole per ringraziare la regina tanto generosa: maestà grazie assaje, comm' me pozz' dissobbligà, sit' stata comm' 'e na sorella pè mme, appena arriverò a destinazione, la prima cartolina la spe- dirò a voi, spero sulamente che le poste funzionano nu poco meglio.
Rint' 'a stessa jurnata Palumm' reclutò l'equipaggio formato da una marmaglia indecifrabile di gente 'e ogni razza, pure otto marinai dà provincia 'e Napoli. Se pigliaje 'e navicelle e senza manc' s'avutà addret' se truvaje in alto mare in breve tempo.
Meno male 'on Rafè, sipassav' n'atu ppoco 'e tiemp' chi sa se Garofano partiva cchiù, e dopp' l'America chi l'avrebbe scoperta?
Don Nicolì ce penzav' zarricchiell'[21] 'o varcaiuol' 'e Procida, vò ricurdat' a chillu chiacchierone ca vulev' fa l'astrologo quann' po' nun cunuscev' manc' 'a stella polacca.
Passajen' 'e juorn', 'e semman', i mesi interi, e l'America se facev' sempe cchiù luntana. 'E tempeste 'e mare erano flagelli veri e propri, una dietro l'altra, spuntava 'o sole e subito dopo, 'o cielo scaricava fulmini, saette, tuoni e piogge torrenziali. Vereven' acqua 'a matin', 'o miezjuorn' e 'a sera, e 'o juorn' appriess'? Mamma mia 'e Pompei scanza a chella povera gente... 'e tempeste 'e mare so peggio dò fuoco. Perlomeno ‘o fuoco si spegne con l’acqua, corrono i pompieri e ‘o problema è risolto, ma ‘a furia ‘e ll’acqua, come la fermate? Cchiù ‘o tiempo passava e cchiù ‘e marenar’ suffreven’ ‘o mmal’ ‘e mare, vutamient''e stommac', vomiti e diarree, quelle tre diarree erano diventate tre cessi. Con rispetto per chi legge,. Poi, con tante bocche da sfamare, liev' oggi e liev' domani, le provviste si assottigliavano sempre di più. ‘A paura ‘e murì pur’ ‘e famm’ addeventaje seria per- ché, si sa, la fame fa uscire i lupi dalle tane. Tutta la ciurma infatti protestava con urla e improperi: l’America a ddò sta, ccà nun se ver’ niente, lasciate fottere cumandà e purtammece ‘a pelle a casa. E tutt’assieme jetten’ a parlà cu Palumm’, il quale fingeva di essere tranquillo ma pur' iss' se verev' pigliato dai turchi[22]: capità nun è cosa, chi sa a ddò si trova sta maledetta America, dove ci troviamo? Non si vede niente, stamm' miez' 'a nu mare ignoto e senza un riferimento sulle mappine, stesso mare sempre, che disperazione. 'E marinai sentivano 'a voce dà morte: giuvinò, luvatev' 'e speranze, rassignatev'... e vvò dico n'ata vot', luvatev' 'e speranze.
Miez' 'e moribondi, chi aveva solo la febbre o chi parlava sul' con i fantasmi, stev' quasi na bellezza, chi se puzzav' sul' 'e famm' era nu rre.
C'erano duje marinai napoletani affamati, ca cu na pasta e fagioli sarebbero resuscitati all'istante.
Un colloquio tra i due marinai mise in risalto la fame di cui i due soffrivano da diversi giorni.
Rummì[23]... che vuò Giritiè[24]... Rummì che famm' ca teng', me magnass' dieci gatte e pure dieci zoccole... e chi te dà 'e zoccole miez' 'o mare?
Giritiè 'e gustimiei so cchiù raffinati, me facessi na fritta 'e rutunn' 'e fravagli[25], triglietell' 'e scoglio e calamari, te facess' schifo sta frittura, misto mare?
Rummì stiss' ascenn' pazzo?
Giritiè tu dammi la frittura ca io dopp' magnat' me bevo l'olio dà frittura pè digestivo. Lassa perdere 'a famm' nu mument', 'o vir' pur' tu chill'auciell'?
Veramente ne vedo sette Rummì.
Azz', tien' pur' 'a pacienza dè cuntà? Pur' murenn' vuò scassà 'o mazzariello? Forse vuliv' dicere sette, pè dicere ca ce ne stann' parecchi? Mamma dò Carmine mia, ma chill' auciell' so gabbiani, allora 'a terra è vicina, nisciun' a visto niente, possibile maje? Allora stann' combinati cchiù malamente di quanto pensavamo?
In lontananza si cominciava a vedere una sagoma incerta, era la terra finalmente.
Rummì... Giritiè, ma chella è 'a terra.. guagliù, uè ragazzi, aprite gli occhi, scetateve[26], chella è 'a terra, avillann'[27].
Il primo a dare segni di vita fu un marinaio veneto che rivolto a Domenico disse: ma cosa dichi a mi terrun’, che ti sta ‘mbriago?
Embè Giritiè, 'o penzier' che mi dice, mò a chist' 'o chiavo nu pae' 'e cazzotti ncap' e l'accir'[28] proprio. Stu strunz' sta quasi murenn' e ten' pur' pure voglia e sfottere.
Rummì nun da retta, penzamm' sulamente al necessario, scennimm' a copp' a sta caravella il più presto possibile.
Giritiè,ma secondo te, ncopp' a sta nave sòcchiù 'e vivi quasi cadaveri o 'e cadaveri quasi vivi?
Rummì, che te ne fott’ ‘e sapè sti ccose, ‘e fà la statistica ‘e fà? Penzamm’ a scenner’ ‘nterra primm’ ‘e mò, comm’ te ll’aggia dicere cantann’?
Man mano ‘e marinar’ se ripigliajen’[29] e se mettetten’ a strillà comm’ ’e pazzi: ‘a terra, ormai é fatta finalmente. Zumpaven’, ballaven’, chiagneven’[30], faceven’ nu burdello incredibile, na mmuina infernale: terra, terra, chesta è proprio la terra?
Qualcuno pregava 'e santi suoje addunucchiat'[31], chi na Madonna, e tutti ringraziavano Dio... finalmente, avimm' scanzatto n'atu fuoss', e chi so crerev', io già me verev' rint' 'a panza dè pescicani. Dopp' dieci minuti , si e no, se facett' na folla nterra 'a spiaggia e nisciun’ ‘e lloro sapeva dove fosse finito.
Tutti furono sgomenti nel ritrovarsi in un mondo nuovo ma sconosciuto e come l’euforia diminuiva così il timore d’organizzare una nuova esistenza aumentava.
E mò, comm' se fa? Si chiedevano i marinai...
State a sentire, dicett' Garofano 'o Palumm', sò sempe ‘io ‘o comandante, pè mmò, siccome stamm’ uccisi ‘e fatica e muort’ ‘e famm’, verimm’ ‘e mangià pè regner’[32] ‘a panza, dopp’ ce facimm’ nu suonn’ a sciala core[33]. Domani mattina, ben riposati e a mente fresca, al primo che passa ‘a sti parti, chiederemo informazioni.
‘E marinar’ approvarono con un’applauso fragoroso e tutti gridarono: bravo a Palumm’, evviva Palumm’.
Parecchi ‘e llor’ se steven’ magnann’ certa frutta fresca e saporita, commentando compiaciuti: nun ce sta niente ‘a fà, l’America è sempe America. N’atu marenar’, roba di Acerra, dava la voce: America comm’ cocion’, jamm’ chè nuciullin’ american’! Puozz’ jttà ‘o sangue va, chist’ ha subito organizzato ‘o commercio e sse mis’ a venner’ ‘e noccioline americane, scommetto ca se mett’ a venner’ pure ‘o turron’.
‘A matina appriess’, stavano tutti meglio e si guardavano attuorn’ a contemplare certe foreste immense e mai viste prima, cierti alberi ch’arrivavano mparavis’. Ce puteva pure sta’ ‘o pericolo di qualche bestia feroce, che ne può sapè? Se vereven’ ‘e vulà ciert’ auciell’ di mille colori, pè nun parlà e cierti fiori ‘e na bellezza rara. E ‘a cicoria? ce stev’ na cicoria ch’arrivava a due metri d’altezza. Ma che meraviglia, chist’ é ‘o paraviso terrestre, dicetten’ tutti, ma che natura bella e vergine, chi n’aveva idea!
All’improvviso, da miez’ all’alberi ascett’ n’omm’ brutto comm’ ‘e riebbet’[34] tutto pittato, certe penne pè cuoll’ ca pareva n’auciell’ australiano, dopo ne seguirono altri cento, forse di più.
State fermi, dicett’ Garofano, a sti selvaggi ce parl’io, ma che lingua parlano? Con una buona maniera, Garofano ‘o Palumm’ s’avvicinò al capo e gli domndò: venimm’ da na terra lontana, più lontana di quanto pensate, e vulessem’ sapè se voi siete americano.
Il capo capì che gli stranieri venivano da molto lontano, comm’ facett’, rimane nu mistero ca sul’ la scienza delle comunicazioni putess’ spiegà, e immaginò che fossero venuti dal cielo, volando come gli uccelli, quindi, prima di rispondere alla domanda di Palumm’, chiese a sua volta: come siete arrivati qui, siete venuti dal cielo come gli uccelli, volando?
No capo, volle chiarire Palumm’, quà uccelli e quà volo, l’aeroplano non esiste ancora, siamo venuti dal mare con quelle tre caravelle, evvì llann’ ‘e vì, la Nina, la Pinta e la santa Maria.
La parola Nina sembrò familiare al capo e nel sentirla pronunciare, scoppiò in una risata fragorosa indicando poi alla sua sinistra, una donna enorme, di due quintali, e disse: questa è mia donna, lei pure è caravella Nina.
Avete capito si? Garofano ‘o Palumm’ aveva stuzzicato l’umorismo del capo tribù.
Allora, avete domandato se noi siamo americani? vulit’ sapè di dove siamo? nuje simm’ ‘e ccà dalla nascita, tra figli, padri, nonni e bisnonni, simm’ stati sempe ‘ccà, che vi posso dire, comm’ se chiamma stu posto, nun ll’aggio mai saputo, vi giuro, si l’avess’ saputo ve ll’avarria ditt’...
Questa risposta deluse tutti amaramente benché fossero convinti d’avere scoperto un’ignota terra lontana.
‘On Rafilù, alla faccia della ciucciaggine, poi vulimm’ dicere che nuje non siamo istruiti, e chi putev’ penzà che i marinai si trovassero in una situazione così incredibile, dopp’ nu viaggio rischioso e col pericolo di finire ncuorp’ ai pesci, grandi e piccoli. E a chi truvajen’ all’atu munn’? ve lo dico io, cierti mammun’ di razza sconosciuta, ca nun sapevano manc’ a ddò steven’ ‘e casa...
Sia fatta ‘a vuluntà ‘e Dio veramente!
Don Ncolino, per chiudere in bellezza beviamoci l’ultimo goccetto ca mi ricorda ‘a poesia di Eduardo De Filippo “E allora bevo”, chella poesia ca parla dò rito ‘e vino int’ ‘a butteglia? Ve voglio recità sul’ ‘o finale, voi permettete?
Dint' a butteglia
è rimasto...
E che ffaccio,
m' 'o perdo?
Si m' 'o perdesse
manc' 'a butteglia me perdunarria.
E allora bevo...
E chistu surz' 'e vino
vence 'a partita cu l'eternità!
Don Rafè, e mò è meglio ca ce ne jamm’, ‘o solopaca è troppo bbuono e noi siamo troppo… intenditori!
Tessian
Il blog che illustra il mio libro: Più che amici, fratelli contiene i primi quattro racconti del libro stesso, per darne un saggio soltanto. A coloro i quali i racconti sono piaciuti leggeranno gli altri quindici racconti, elencati nell'indice, appena il libro sarà pubblicato.
Un saluto carissimo a tutti. Antonio Esposito Tessìopo
[1] Lo burlava
[2] Un superbo presuntuoso
[3] analfabeti
[4] State attenti
[5] Profondamente intristita
[6] Ora cominciate
[7] comunque
[8] andò
[9] Fece un lungo viaggio
[10] arancia
[11] Dovunque andate
[12] Vi riempiono di false promesse
[13] affumicato
[14] Non presero nessuna
[15] Si mise in coda
[16] Non mi conoscete
[17] Mi ha messo i suoi ministri di fronte
[18] Tolgo il disturbo
[19] Una cosa da nulla
[20] bucare
[21] Si tratta di un soprannome
[22] Anch'egli era molto preoccupato
[23] Domenico
[24] Vezzeggiativo di Ciro
[25] Pesci ottimi per la frittura
[26] svegliatevi
[27] Eccola in quella direzione
[28] l'ammazzo
[29] Si riprendevano
[30] piangevano
[31] inginocchiato
[32] riempire
[33] Dopo facciamo un sonno profondo
[34] debiti
[1] Come a volte
[2] Sorgente del Chiatamone, di acqua leggermente solfurea
[3] Avremmo aperto
[4] Chi vuole bere
[5] Andavano vendendo
[6] Tipici recipienti di creta
[7] Tanto per cominciare
[8] Buttate fuori
[9] Sisinella, diminutivo di Teresa, la carciofa
[10] Turuccio, diminutivo di Salvatore, mezzo sedere
[11] Vanno sempre peggio
[12] credendo
[13] Una bambola di stoppa
[14] Uomo di carattere debole
[15] pungere
[16] Posso andare avanti
[17] Aprite bene le orecchie
[18] Con una sfortuna nerissima (diciassette palmi 'e sciorta nera)
[19] indossava
[20] Più sporco
[21] nomignolo
[22] Macchine d'epoca, ma qui il termine sta per: superbe e scontrose
[23] Copricapi utilizzati dalle streghe delle favole
[24] Granchietti marini dall'aspetto mostruoso
[25] Bamboline di stoffa, inteso in snso ironico
[26] Statuetta di Capodimonte
[27] Gli uccellini
[28] Divulgare la notizia
[29] degustiamo
[30] Pensò dentro di se
[31] topolini
[32] Una pillola
[33] paralisi
[34] Melenzane a funghetti
[35] polipi
[36] Pomodorini a grappoli
[37] Per farle cadere

